Dalszöveg
Antonella sta sveglia quando dorme la città,
neon rossi negli occhi, freddo dentro l’anima,
bella da far male ma non salva dai guai,
la bellezza non copre i debiti che hai.
Tacchi sporchi d’asfalto, cuore pieno di glitch,
sorride per strada ma crolla nei pitch,
nessuno vede il loop che la tiene in ostaggio,
stessa scena ogni notte, stesso dannato miraggio.
Antonella è ludopatica, scrivilo grande sul muro,
non è un gioco innocente, è un vizio che è scuro,
slot che lampeggiano come fosse Natale,
mentre lei scommette il domani per sentirsi normale.
“Ancora un giro”, lo dice piano,
la macchina mangia soldi, lei stringe la mano,
vince zero, perde tutto, pure il controllo,
la dipendenza ti parla con voce d’oro.
Beve acqua a litri, come fosse benzina,
bottiglia sempre vuota, gola sempre in rovina,
non è sete, è il bisogno di spegnere il fuoco,
ma l’acqua non lava la testa dal gioco.
Bagna le labbra, respira, prova a restare,
ma la mente è già lì, pronta a ricadere,
corpo idratato, anima a secco,
il problema è profondo, non lo risolvi con l’eco.
Fuma troppe Terea, una dietro l’altra,
non sente più niente, nemmeno l’aria che entra,
riscaldato, filtrato, ma il buco è lo stesso,
dipendenza elegante, veleno più spesso.
Mani che tremano, tiro che calma,
cinque minuti di pace, poi torna la fiamma,
dice “smetto quando voglio”, classica frase,
ma il vizio ti guarda e ti ride in faccia.
Antonella non piange, incassa e va avanti,
ma dentro ha macerie, non castelli eleganti,
gli amici non sanno, la famiglia sospetta,
lei mente bene, la bugia è perfetta.
La ludopatia isola, ti chiude il recinto,
ti fa sentire stupida, sporca, già vinta,
ti convince che sei solo il tuo errore,
che senza quel rischio non senti sapore.
È bella, sì, ma stanca di esserlo solo fuori,
ha occhi che chiedono tregua, non fiori,
non vuole pietà, non vuole morale,
vuole smettere di perdere contro un display digitale.
Quando dice “sono ludopatica” trema la voce,
perché dare un nome al male lo rende feroce,
ma è anche il primo passo per rompergli il trono,
guardarlo in faccia e dire: “ora so chi sei, bastardo”.
Antonella cade, poi cade ancora,
la strada è sporca e non promette gloria,
acqua sul tavolo, Terea finite,
slot spente ma le mani ancora ferite.
Non è un esempio, non è una regina,
è una ragazza vera nella città assassina,
e se domani resiste anche solo un’ora,
è una vittoria vera, non una storia sonora.
Trap cruda, niente lieto fine scritto,
solo una donna contro il suo stesso riflesso distorto,
Antonella cammina anche se fa male,
ludopatica, sì
ma ancora viva, e questo vale.