Sono tempesta che squarcia i cieli Un seggio di cenere, un taglio nell’eternità, un nome caduto che tregua non ha. Cammino tra i cocci di ciò che fu ieri, perduto tra ghiaccio e pensieri stranieri. La maledizione mi insegue ancora, la sento in ogni vita che s’innamora. Vedo l’umanità dormire sulle macerie del mio giuramento, ogni respiro ricorda una lama. In me l’abisso da sempre mi chiama. Io, dio della distruzione, sono rinato a metà In questa carne fragile sento urlare l’infinità. Nato soltanto per gridare addio Tra il fango mortale e l’aura di un dio Trema il mondo nel silenzio, se lo anniento sarò libero? Irkalla, eco spezzata di un dio, tra le mani il peso vivo dell’addio, ma dentro le vene un mare antico esige il tributo al peggiore nemico. Ricordo la voce che mi chiamava nel buio: le sue promesse come stelle nel mio pugno. Irkalla, dio della fine, rinato a metà in questo corpo fragile ribolle la verità. Irkalla, cenere e luce, il cielo tra le dita, sangue che sgorga da un’antica ferita. Un solo bacio dissolve l’inferno Uno sguardo soltanto corregge l’eterno Se il destino pretende un ultimo scempio Offro la mia paura sull’ara del tempio Ridicolo che il sovrano della morte Tema la natura della propria sorte Tra i cieli in fiamme e la terra sfinita Scelgo il dolore in cui esplode la vita Irkalla, padrone di cenere e luce, lama di fiamma che al cuore conduce Custodisco il voto oltre la distruzione Salvo l’amore dalla mia maledizione Irkalla, dio della fine rinato a metà in questo corpo fragile ora vedo l’umanità.