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Caro babbo, ti scrivo con l’indirizzo del cielo,
ché certe lettere non fanno il giro della posta
e arrivano solo a chi sa ascoltare ancora;
e a me sembra di vederti, seduto com’eri,
con quel tuo modo di stare al mondo
che non faceva rumore, ma teneva insieme tutto.
E mi ricordo i pomeriggi da bambino,
io e la mamma in attesa dietro la finestra,
e tu che sbucavi dalla curva del viale
col passo stanco del lavoro,
ma con quel sorriso corto che bastava a dire
“siamo di nuovo tutti a casa”.
Poi arrivarono i miei fratelli, e poi mia sorella,
e senza farci caso diventammo una tribù vera,
senza liti, senza porte sbattute,
forse perché tu guardavi da lontano,
e bastava quell’occhiata messa lì di traverso
per farci capire che c’era un modo giusto
di volerci bene.
A quindici anni mi portasti con te nel lavoro,
e lì cominciò la parte più lunga della nostra storia:
perché non mi insegnasti solo il mestiere,
ma come si parla alla gente,
come si respira nelle giornate storte,
come si chiede un parere quando si ha paura
di ammettere che da soli non si sta in piedi.
E anche quando partii militare
eri tu il filo che mi legava a casa:
ti raccontavo le notti fredde,
i giorni tutti uguali,
quelle convocazioni improvvise
che confidavo soltanto a te,
perché non servivano molte parole
per farti capire di cosa avevo bisogno.
Poi siamo rimasti insieme fino alla tua pensione,
e negli ultimi anni le parti si scambiarono,
io che ti aiutavo come tu avevi fatto con me,
e pensavo che certe cose non potessero finire mai.
E anche dopo sposato passavo ogni sera,
per guardarti negli occhi e capire se stavi bene,
come se fosse un dovere antico,
o forse solo un modo per non perderti.
Finché un pomeriggio te ne sei andato,
senza chiedere permesso, come fanno gli addii veri.
E mi è mancata l’aria per un bel po’,
come se il mondo avesse dimenticato
di girare dalla parte giusta.
Per mesi ho finto che fosse un errore,
che bastasse aprire la porta
per sentirti tossire in cucina.
Poi ho portato il mio bene alla mamma,
perché era l’unica cosa che potevo fare,
ma la tua assenza si è seduta accanto a me
come una pietra che non si sposta mai,
e che col tempo impari a non odiare,
perché è l’unico modo rimasto per averti vicino.
E così vado avanti, babbo,
con la tua voce che ogni tanto ritorna,
come un vento delle nostre campagne,
come le storie che ci si racconta la sera
quando fuori piove e il tempo fa male.
E chissà, magari un giorno lontano
avrò il permesso di rivederti davvero,
e parlarti come si parla tra uomini,
ma con lo stesso cuore di quando ero bambino:
caro babbo mio.